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Sweeney Todd non è una mia creazione. Forse è realmente esistito, forse è semplicemente un personaggio letterario. La risposta -ahimè- si perde nel tempo. La storia qui narrata, pur basandosi sui libri di Peter Haining, sulla nuova edizione, a cura della Oxford University, della storia originale (1846) e sullo splendido film di Tim Burton, è frutto della mia fantasia. Ciò che narro non è vero, i miei racconti non rispecchiano la realtà. Qui regna solo e soltanto la mia immaginazione.

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Questo sticker è il simbolo ufficiale del nostro Gioco di Ruolo su Sweeney Todd. Coloro che ne possiedono uno sono giocatori, burattinai che muovono i fili di un personaggio su di un palcoscenico plasmato secondo le forme ed i colori della Londra del 1800. Chiunque fosse interessato a partecipare è invitato a contattarmi mediante pvt o email (sweeney_barker@hotmail.it). Sono a vostra disposizione per qualsiasi dubbio e chiarimento.



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*Sono disponibili 3 posti come Giornalista alla Redazione del Times. Per maggiori informazioni visitate The London Times [Sweeney Todd RPG].

*Sono disponibili 2 posti come Speziale.

*Sono disponibili 4 posti come Ortolano e Pescivendolo del Mercato di St.Dunstan.

*Sono disponibili 3 posti come Precettori privati.

Per maggiori informazioni, inviatemi un' email o un pvt.




The Lily

Nei sogni non esistono il Tempo e lo Spazio. Anche la Logica si trova a fare i conti con il mondo del "Se". D' improvviso i confini si sfumano, i divieti si annullano, la sofferenza scompare. E ciò che di giorno ci parrebbe impossibile, d' un tratto diventa probabile.
Quella notte, quando la candela si spense, sognai le stelle. Volai leggero nello spazio siderale, accendendo con un soffio le sue luci. Vidi la Luna, il Sole, i pianeti. E sentii la serenità più dolce posarmisi sul cuore. Quello era il luogo dove vivevano gli Angeli.

 "Good morning, my lord. It' s time to wake up", pronunciò una voce maschile, coprendo il rumore delle tende che venivano aperte. La luce del sole si riversò nella grande camera da letto come l' acqua di un fiume la cui diga abbia ceduto. Aprii gli occhi appena in tempo per vedere i raggi splendenti sconfiggere l' oscurità, sfiorando le pareti, i mobili, il tappeto, dopodichè sbadigliai e mi misi seduto.
 "Mr. Carter vi aspetta nel suo studio", proferì il maggiordomo con fare ossequioso, prima di inchinarsi e girare sui tacchi. Soffocai una risata divertita e scesi dal letto, poi, lentamente, mi diressi verso la specchiera. Sfiorai con le dita la credenza, avvertendo sui polpastrelli il freddo del marmo lucido, ed aprii un portagioie delicato, inciso secondo un motivo floreale. Quando mi vidi riflesso nello specchio, mi rivolsi un sorriso e mi sistemai i capelli con le dita.
 "Well, adesso...-dissi afferrando il sapone- Vediamo di renderci presentabili...".

Carter era seduto dietro alla sua scrivania. Lo scorsi appena, sommerso com' era da fascicoli e giornali, e mi diressi verso di lui. Se alla prima occhiata mi era parso un uomo ossessionato dall' ordine, entrando in quello studio rivalutai la mia considerazione iniziale: Carter viveva nel caos totale.
 "Oh! Benjamin! Ben alzato... -pronunciò, sollevando appena lo sguardo su di me e facendomi cenno di sedere- Sarò da te in un attimo!".
Annuii e continaui a guardarmi intorno: due enormi librerie in mogano contornavano le pareti, mentre dalla grande finestra alle spalle di Carter proveniva l' unica luce della stanza.
 
"Ho lavorato tutta la notte, ma sono giunto ad una conclusione!", esclamò l' uomo all' improvviso, posando la penna sui suoi appunti e rivolgendomi uno sguardo goliardico. Lessi il divertimento nei suoi occhi e, per riflesso, sorrisi anche io.
 "Ho grandi progetti per te, ragazzo mio... -Carter si alzò e, dopo essersi avvicinato, mi posò una mano sulla spalla- Ma prima... Ti andrebbe di accompagnarmi a fare una passeggiata?".

James Carter era il più famoso giornalista di Londra. Giovane erede di una nobile famiglia irlandese, aveva incontrato l' amore in Italia, nei camerini di un teatro. Intenzionato a sposare la ballerina a cui aveva donato il cuore, rinunciò alla sua eredità ed abbandonò Galway per sempre, trasferendosi a Londra e ricominciando la sua vita da zero. Dapprima fu apprendista in una piccola redazione di giornale, poi venne ceduto al Times. In breve tempo imparò i trucchi del mestiere e riuscì a conquistarsi più volte la prima pagina. Da quel momento venne promosso a giornalista, e non ci fu più caffè a Londra dove il nome di James Carter non fosse noto.
 "Ma, piuttosto, parlami di te...". L' uomo fece silenzio e mi guardò, invitandomi a parlare. Visibilmente imbarazzato, distolsi lo sguardo e lo fissai sulle rose del giardino.
 "Di me, my lord? Non c' è molto da dire, I fear, my lord. Sono un comune barbiere, senza passato, senza futuro...".
Carter calciò un sassolino ed iniziò a fischiettare una canzone. Dopo un po' mi domandò: "Sai leggere, Benjamin?".
 
"Sissignore!", esclamai, contento di poter rispondere positivamente ad una richiesta dell' uomo.
 
"Ottimo! Siamo già ad un buon punto, allora!". Gli occhi smeraldo di Carter brillavano eccitati e lasciavano intendere che stesse macchinando qualcosa.
 
"Excuse me, my lord, ad un buon punto per...cosa?", chiesi un po' incerto, osservando il mio interlocutore senza capire. Lui ricambiò il mio sguardo e mi rivolse un sorriso, poi tornò a guardare il giardino di fronte a sè.
 
"Ho intenzione di darti quel futuro di cui ti senti privo...", rispose dopo un po', muovendo la testa con fare compiaciuto.
Sbattei più volte le palpebre e lo guardai interrogativo: "E come, my lord?". Carter mi lanciò uno sguardo complice e si chinò verso di me.
 "Esattamente così...", sussurrò, ed iniziò a raccontare.

Da quel giorno divenni ospite fisso nella casa di Mr. Carter. Poteva succedere che alle quattro del mattino un servitore bussasse alla porta del mio negozio e mi invitasse a seguirlo, conducendomi verso la dimora del suo padrone. Altre volte, invece, si presentava egli stesso con la scusa di farsi fare la barba, ed in un modo o nell' altro riusciva a lasciare sulla mia sedia quattro penny di mancia. In breve tempo le visite si fecero frequenti, e tra noi nacque una sorta di legame che, se per motivi di casta non poteva essere definito amicizia, era senza dubbio scaturito da una profonda, reciproca, simpatia.

"Sir James, dovete assolutamente vedere che cosa ho trovato!", esclamai vivacemente, un giorno, aprendo con fare sicuro la porta della sala da pranzo di casa Carter. Avevo passato tutta la notte sveglio, scrivendo ed appuntando idee e riflessioni avute durante la giornata. Ma quando feci il mio ingresso nella grande stanza, mi ritrovai di fronte ad uno spettacolo inatteso.
Era estate, e le finestre erano state tutte spalancate. Le tende damascate svolazzavano appena, elegantemente, sfiorate da un soffio di vento. La luce del sole illuminava ogni oggetto, riflettendo i suoi raggi sui cucchiaini e le posate che giacevano sul grande tavolino. E lì seduta, c' era lei: la Signora.
 
"P-perdonatemi m-madam... Non...non sapevo che foste qui...", balbettai imbarazzato: per la prima volta avevo incontrato la moglie di Carter.
Lei sorrise, scoprendo i denti bianchi dolcemente incorniciati dalle labbra rosate.
 
"Siediti", mi disse, ed indicò una sedia muovendo appena il polso in un gesto aggraziato.
Accolsi l' invito e presi posto di fronte a lei. Tenendo lo sguardo basso, ascoltai il suono del cucchiaino che mescolava lo zucchero al thè caldo e si posava infine sul piattino.
 
"Tu devi essere Benjamin, non è vero?". La donna si portò la tazzina alle labbra e bevve un primo, piccolo sorso.
 
"S-sì, madam... Sono io...".
La donna sorrise e posò la tazzina sul piattino che reggeva con una mano.
 "James mi ha detto tutto di te".
Alzai lo sguardo sulla Signora, sorpreso, e subito dopo mi ritrovai rapito dal suo sguardo ed intento a contemplarla. Era bella. Molto, molto bella. Di una bellezza semplice e singolare. Aveva grandi occhi scuri e morbidi capelli castani, ed un sorriso così solare da riempirti l' anima di gioia. I suoi gesti erano quelli eleganti e misurati di una ballerina, ma il suo modo di fare rivelava il suo spirito pratico. Era diversa dalle donne londinesi che rendevano accogliente il focolare domestico. Era molto, molto intelligente.
Al suono lieve della tazzina che veniva riposta sul tavolo insieme al piattino, mi parve di risvegliarmi da un sogno. Attesi in silenzio, senza sapere che cosa fare, senza sapere che cosa dire. Fino a quando la Signora non mi porse la mano.
 "Tanto piacere, Benjamin. Il mio nome è Michela".

SweeneyTodd' s painful memories
on giugno 23, 2008 02:06. Categories: michela, my tale, a young man of great promise, james carter
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