
Sweeney Todd non è una mia creazione. Forse è realmente esistito, forse è semplicemente un personaggio letterario.
La risposta -ahimè- si perde nel tempo. La storia qui narrata, pur basandosi sui libri di Peter Haining, sulla nuova
edizione, a cura della Oxford University, della storia originale (1846) e sullo splendido film di Tim Burton, è frutto
della mia fantasia. Ciò che narro non è vero, i miei racconti non rispecchiano la realtà. Qui regna solo e soltanto la mia
immaginazione.
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Questo sticker è il simbolo ufficiale del nostro Gioco di Ruolo su Sweeney Todd. Coloro che ne possiedono uno sono giocatori, burattinai che muovono i fili di un personaggio su di un palcoscenico plasmato secondo le forme ed i colori della Londra del 1800. Chiunque fosse interessato a partecipare è invitato a contattarmi mediante pvt o email (sweeney_barker@hotmail.it). Sono a vostra disposizione per qualsiasi dubbio e chiarimento.

"Ecco qua, caro. Un bel bagno caldo è ciò che vi ci vuole".
Osservai Mrs. Lovett gettare altra acqua dentro alla vecchia vasca, per poi voltarsi verso di me, stringersi nelle spalle e rivolgermi un sorriso composto e misurato, in totale contrasto con il bruciante calore che traspariva dai suoi occhi. Quegli occhi.
"Avanti, datemi i vestiti...".
Inarcai un sopracciglio e rimasi fermo di fronte a lei. Nel più totale, gelido silenzio. Seguii il suo sguardo che contemplava le maniche sporche di sangue della mia camicia, e non potei fare a meno di notare l' indifferenza che dipingeva di grigio le sue labbra pallide. Quella donna non aveva paura di niente. Quella donna era disposta a tutto. Per cosa, poi, dovevo ancora capirlo.
"Mr. T., ascoltatemi. Come potete pensare che lui venga nel vostro negozio, se la pubblicità che vi fate per le strade è quella di un barbiere con la camicia macchiata di sangue? Suvvia, ragionate...".
Non aveva tutti i torti. Distolsi lo sguardo e lo posai sulla carta da parati. Vecchia. Logora. Il fantasma sbiadito dei colori che furono.
"Uscite. Lascerò i vestiti fuori della porta".
La mia voce era atona, oscura, lontana. Da giorni, ormai, parlavo senza realmente sapere che cosa dicessi. Da giorni scorgevo -ma non vedevo- la vita passarmi accanto.
"Fate con comodo, caro". Mrs. Lovett mi scoccò un breve, velenoso sguardo, prima di lasciare il piccolo bagno e rivolgermi un' ultima, ardente occhiata mentre lentamente chiudeva la porta.
Per la prima volta da quando ero tornato a Londra mi ritrovai completamente solo in un ambiente che non parlava di morte e vendetta, ma di giorni di gioia così lontani e sperduti nel passato da parere ormai solo fioche fiammelle irraggiungibili. Pian piano, fissando gli occhi stanchi su ogni oggetto così familiare eppure estraneo, sciolsi il debole nodo della sporca e logora sciarpa, finchè non fu il turno dei bottoni del gilet ed infine di quelli della camicia. Gettare a terra, con noncuranza, gli abiti fradici del sangue dei bastardi che avevo mandato all' inferno mi diede un senso di leggerezza immediata, come se in un attimo fosse stato sollevato l' enorme masso che schiacciava il mio petto. Mi liberai, allora, degli indumenti rimasti e, con una lentezza calcolata, mi immersi nell' acqua calda, stando attento a non bagnarmi le mani. Oh, no, non mi sarei perso quello spettacolo per nulla al mondo...
Posai la nuca contro il bordo della vasca, chiusi gli occhi, e lasciai che i polpastrelli delle mie pallide dita sfiorassero la superficie dell' acqua. Poi portai le mani davanti al mio viso, e guardai il sangue sciogliersi e gocciolare lentamente sul mio petto nudo. Quale sapore, quale sapore fantastico lasciava sulla pelle quel gesto semplice di purificazione! Ero un assassino. Ero un vendicatore. Ero un Giustiziere.
Ci vollero pochi minuti perchè il calore dolce dell' acqua avvolgesse il mio corpo ed annebbiasse la mia mente. Senza neanche accorgermene scivolai in un quieto sonno, il primo dopo giorni e giorni di veglia continua. E dopo anni, sognai di nuovo.
***
"Benjamin! Benjamin, sei in casa?", domandò un uomo bussando tre volte alla porta. Spalancai gli occhi e, piuttosto stupito, finii di versare il tè nella mia tazza, prima di andare ad aprire.
"Posso aiutarv... Oh... Sir James! -I miei occhi si posarono ora sull' uomo che mi fissava divertito, ora sull' abito scuro ed elegante che aveva adagiato sul proprio braccio- Perdonatemi, signore, ma se è del lavandaio che avete bisogno, dovete bussare al 184...".
Carter rise e mi diede una pacca sulla spalla. "Lasciami entrare, figliolo, e ti spiegherò tutto...", disse con un sorriso mentre varcava la soglia della mia modesta abitazione.
Mi guardai intorno alla ricerca di eventuali oggetti e vestiti fuori posto: non avrei sopportato l' idea di apparire sporco e disordinato all' uomo che così tanto stava investendo su di me.
"Posso offrirvi qualcosa da bere? Tè? Whisky?", domandai mentre mi dirigevo verso la cucina, indicando nel frattempo a Mr.Carter un divanetto su cui sedersi.
"Un bicchiere di tè andrà bene, grazie. -Rispose l' uomo, accavallando le gambe ed attendendo- Sai, Benjamin, dopodomani andremo ad un ballo...".
Mi affacciai dalla porta della cucina e sorrisi al mio interlocutore: "Avete bisogno che vegli sul piccolo Thomas, mentre voi e lady Michela siete alla festa?", domandai con dolcezza. Carter mi rivolse uno sguardo stupito ed inclinò la testa.
"Certo che no, Benjamin! -esclamò con l' aria di chi sta affermando un' ovvietà- Tu verrai con noi...".
Per poco il vassoio non mi cadde dalle mani. Con gli occhi spalancati e le dita che tremavano, servii il tè a Sir James, dopodichè mi sedetti di fronte a lui.
“Dev’ esserci un errore, my lord! Io…io non sono mai stato ad un ballo! –Mi guardai intorno ridendo nervosamente- Come on, non so neanche ballare!”.
Carter sorseggiava il suo tè, il viso nascosto dalla tazzina. Ma i suoi occhi, i suoi occhi smeraldo, mi fissavano e sorridevano, divertiti e gioiosi.
“Sai che cosa amo di te, figliolo? –Mi domandò ad un tratto, posando la tazzina sul piattino- La tua sincerità. Sei un uomo onesto, trasparente. Emani candore e correttezza. Sei buono”. Carter si sporse verso di me e posò la sua mano sulla mia spalla. “Inconterai molti squali nella tua vita, mio caro Benjamin, e tu sarai un pesce rosso dal cuore nobile. Non lasciare mai che la corruzione del mondo ti porti a cambiare la tua semplicità. Non lasciare mai che l’ invidia, l’ avarizia e la crudeltà dell’ uomo inquinino la tua anima. Resta sempre te stesso”.
***
Mi svegliai all’ improvviso, sussultando, richiamato alla realtà dal rumore di una porta che veniva chiusa. Per qualche secondo i labili confini tra realtà e sogno vacillarono, ed il mio cuore credette per un attimo di appartenere ancora al passato, e di poter sperare. E sognare.
Ancora immerso nell’ acqua ormai gelida della vasca da bagno, mi misi seduto e mi guardai intorno: gli abiti sporchi erano spariti ed al loro posto nuovi vestiti puliti attendevano di essere indossati. Mi decisi ad uscire e ad asciugarmi.
Lo specchio, di fronte a me, riflettè l’ immagine di un uomo di quarant’ anni, dallo sguardo cupo e silenzioso. Lo ignorai ed afferrai la camicia, che abbottonai velocemente. Fu allora che notai la sciarpa di seta dorata, adagiata con cura sopra ai pantaloni ed alla giacca di velluto marrone. I miei vecchi vestiti. Gli abiti della Domenica. Gli abiti di Benjamin Barker.
Le mie labbra tremarono impercettibilmente ed il mio cuore sobbalzò per un attimo quando le mie dita sapienti annodarono con disinvoltura ed eleganza quella sciarpa dorata che James Carter mi aveva regalato diciotto anni prima. E quando mi voltai di nuovo, lo specchio mi restituì l’ immagine del giovane che fui: i capelli ordinati, le labbra rosee, il sorriso sincero e la speranza negli occhi. Poi arrivò la malinconia a distruggere l’ incanto, seguita a ruota dalla disperazione. E vidi espandersi nel rapido tempo di un battere di ciglia una prematura ciocca bianca sui miei capelli scuri. Distolsi lo sguardo e lo posai sulle mie mani, su quelle mani assassine che ogni giorno si imbrattavano di sangue sporco e, qualche volta, innocente. Ma lo scintillio dorato della sciarpa che avevo al collo richiamò di nuovo la mia attenzione. Fu allora che scorsi nello specchio gli occhi accusatori del giovane dal cuore buono.
“Cos’ hai da guardare?”, gli domandai, digrignando i denti. Ma quello sguardo morto e vivo rivelava la mia colpa.
“Vattene…”, sussurrai, posando le mani sul lavandino, respirando in maniera affannosa. Ma quegli occhi continuavano a penetrare la mia carne, i miei muscoli, il mio cuore. E mi sentivo sanguinare. Ed avvertivo l’ anima dilaniata dal dolore.
“VA’ VIA!”.
Nei sogni non esistono il Tempo e lo Spazio. Anche la Logica si trova a fare i conti con il mondo del "Se". D' improvviso i confini si sfumano, i divieti si annullano, la sofferenza scompare. E ciò che di giorno ci parrebbe impossibile, d' un tratto diventa probabile.
Quella notte, quando la candela si spense, sognai le stelle. Volai leggero nello spazio siderale, accendendo con un soffio le sue luci. Vidi la Luna, il Sole, i pianeti. E sentii la serenità più dolce posarmisi sul cuore. Quello era il luogo dove vivevano gli Angeli.
"Good morning, my lord. It' s time to wake up", pronunciò una voce maschile, coprendo il rumore delle tende che venivano aperte. La luce del sole si riversò nella grande camera da letto come l' acqua di un fiume la cui diga abbia ceduto. Aprii gli occhi appena in tempo per vedere i raggi splendenti sconfiggere l' oscurità, sfiorando le pareti, i mobili, il tappeto, dopodichè sbadigliai e mi misi seduto.
"Mr. Carter vi aspetta nel suo studio", proferì il maggiordomo con fare ossequioso, prima di inchinarsi e girare sui tacchi. Soffocai una risata divertita e scesi dal letto, poi, lentamente, mi diressi verso la specchiera. Sfiorai con le dita la credenza, avvertendo sui polpastrelli il freddo del marmo lucido, ed aprii un portagioie delicato, inciso secondo un motivo floreale. Quando mi vidi riflesso nello specchio, mi rivolsi un sorriso e mi sistemai i capelli con le dita.
"Well, adesso...-dissi afferrando il sapone- Vediamo di renderci presentabili...".
Carter era seduto dietro alla sua scrivania. Lo scorsi appena, sommerso com' era da fascicoli e giornali, e mi diressi verso di lui. Se alla prima occhiata mi era parso un uomo ossessionato dall' ordine, entrando in quello studio rivalutai la mia considerazione iniziale: Carter viveva nel caos totale.
"Oh! Benjamin! Ben alzato... -pronunciò, sollevando appena lo sguardo su di me e facendomi cenno di sedere- Sarò da te in un attimo!".
Annuii e continaui a guardarmi intorno: due enormi librerie in mogano contornavano le pareti, mentre dalla grande finestra alle spalle di Carter proveniva l' unica luce della stanza.
"Ho lavorato tutta la notte, ma sono giunto ad una conclusione!", esclamò l' uomo all' improvviso, posando la penna sui suoi appunti e rivolgendomi uno sguardo goliardico. Lessi il divertimento nei suoi occhi e, per riflesso, sorrisi anche io.
"Ho grandi progetti per te, ragazzo mio... -Carter si alzò e, dopo essersi avvicinato, mi posò una mano sulla spalla- Ma prima... Ti andrebbe di accompagnarmi a fare una passeggiata?".
James Carter era il più famoso giornalista di Londra. Giovane erede di una nobile famiglia irlandese, aveva incontrato l' amore in Italia, nei camerini di un teatro. Intenzionato a sposare la ballerina a cui aveva donato il cuore, rinunciò alla sua eredità ed abbandonò Galway per sempre, trasferendosi a Londra e ricominciando la sua vita da zero. Dapprima fu apprendista in una piccola redazione di giornale, poi venne ceduto al Times. In breve tempo imparò i trucchi del mestiere e riuscì a conquistarsi più volte la prima pagina. Da quel momento venne promosso a giornalista, e non ci fu più caffè a Londra dove il nome di James Carter non fosse noto.
"Ma, piuttosto, parlami di te...". L' uomo fece silenzio e mi guardò, invitandomi a parlare. Visibilmente imbarazzato, distolsi lo sguardo e lo fissai sulle rose del giardino.
"Di me, my lord? Non c' è molto da dire, I fear, my lord. Sono un comune barbiere, senza passato, senza futuro...".
Carter calciò un sassolino ed iniziò a fischiettare una canzone. Dopo un po' mi domandò: "Sai leggere, Benjamin?".
"Sissignore!", esclamai, contento di poter rispondere positivamente ad una richiesta dell' uomo.
"Ottimo! Siamo già ad un buon punto, allora!". Gli occhi smeraldo di Carter brillavano eccitati e lasciavano intendere che stesse macchinando qualcosa.
"Excuse me, my lord, ad un buon punto per...cosa?", chiesi un po' incerto, osservando il mio interlocutore senza capire. Lui ricambiò il mio sguardo e mi rivolse un sorriso, poi tornò a guardare il giardino di fronte a sè.
"Ho intenzione di darti quel futuro di cui ti senti privo...", rispose dopo un po', muovendo la testa con fare compiaciuto.
Sbattei più volte le palpebre e lo guardai interrogativo: "E come, my lord?". Carter mi lanciò uno sguardo complice e si chinò verso di me.
"Esattamente così...", sussurrò, ed iniziò a raccontare.
Da quel giorno divenni ospite fisso nella casa di Mr. Carter. Poteva succedere che alle quattro del mattino un servitore bussasse alla porta del mio negozio e mi invitasse a seguirlo, conducendomi verso la dimora del suo padrone. Altre volte, invece, si presentava egli stesso con la scusa di farsi fare la barba, ed in un modo o nell' altro riusciva a lasciare sulla mia sedia quattro penny di mancia. In breve tempo le visite si fecero frequenti, e tra noi nacque una sorta di legame che, se per motivi di casta non poteva essere definito amicizia, era senza dubbio scaturito da una profonda, reciproca, simpatia.
"Sir James, dovete assolutamente vedere che cosa ho trovato!", esclamai vivacemente, un giorno, aprendo con fare sicuro la porta della sala da pranzo di casa Carter. Avevo passato tutta la notte sveglio, scrivendo ed appuntando idee e riflessioni avute durante la giornata. Ma quando feci il mio ingresso nella grande stanza, mi ritrovai di fronte ad uno spettacolo inatteso.
Era estate, e le finestre erano state tutte spalancate. Le tende damascate svolazzavano appena, elegantemente, sfiorate da un soffio di vento. La luce del sole illuminava ogni oggetto, riflettendo i suoi raggi sui cucchiaini e le posate che giacevano sul grande tavolino. E lì seduta, c' era lei: la Signora.
"P-perdonatemi m-madam... Non...non sapevo che foste qui...", balbettai imbarazzato: per la prima volta avevo incontrato la moglie di Carter.
Lei sorrise, scoprendo i denti bianchi dolcemente incorniciati dalle labbra rosate.
"Siediti", mi disse, ed indicò una sedia muovendo appena il polso in un gesto aggraziato.
Accolsi l' invito e presi posto di fronte a lei. Tenendo lo sguardo basso, ascoltai il suono del cucchiaino che mescolava lo zucchero al thè caldo e si posava infine sul piattino.
"Tu devi essere Benjamin, non è vero?". La donna si portò la tazzina alle labbra e bevve un primo, piccolo sorso.
"S-sì, madam... Sono io...".
La donna sorrise e posò la tazzina sul piattino che reggeva con una mano.
"James mi ha detto tutto di te".
Alzai lo sguardo sulla Signora, sorpreso, e subito dopo mi ritrovai rapito dal suo sguardo ed intento a contemplarla. Era bella. Molto, molto bella. Di una bellezza semplice e singolare. Aveva grandi occhi scuri e morbidi capelli castani, ed un sorriso così solare da riempirti l' anima di gioia. I suoi gesti erano quelli eleganti e misurati di una ballerina, ma il suo modo di fare rivelava il suo spirito pratico. Era diversa dalle donne londinesi che rendevano accogliente il focolare domestico. Era molto, molto intelligente.
Al suono lieve della tazzina che veniva riposta sul tavolo insieme al piattino, mi parve di risvegliarmi da un sogno. Attesi in silenzio, senza sapere che cosa fare, senza sapere che cosa dire. Fino a quando la Signora non mi porse la mano.
"Tanto piacere, Benjamin. Il mio nome è Michela".
“Children are a blessing, aren’ t they?”, domandò il signor Carter, picchiettando l’ indice destro sul vetro della finestra panoramica del mio negozio. Sorrise ad un bambino dall’ aria vivace che stringeva con fare possessivo un lembo della gonna della madre, dopodichè si voltò e si accomodò sulla poltrona .
“Lo sono, sì. –Sorrisi anche io, scoprendo in quel bambino di tre o quattro anni gli stessi occhi verdi ed infiniti del mio cliente- Quelle piccole pesti rendono la vita un’ avventura…”.
“Voi avete figli, signor Barker?”.
“Io? Oh, no… Non sono sposato…”. Mi sporsi verso il lavabo per afferrare il barattolo della schiuma da barba, lo aprii e mescolai il contenuto con gesti meccanici, facendo ruotare il pennello. Sospirai.
“Quanti anni avete, ragazzo?”. Carter chiuse gli occhi e si mise a suo agio, poggiando la nuca contro lo schienale della poltrona, in una posizione di totale rilassamento.
“Ventiquattro, my lord”. Teso e concentrato, passai la schiuma sul viso dell’ uomo, trattenendo il fiato ad ogni pennellata.
“Ventiquattro?! My dear friend, trovati in fretta una moglie e metti su famiglia! Listen to me, queste sono le uniche gioie della vita”. Carter riaprì lentamente gli occhi e rivolse al soffitto uno sguardo pensieroso. Colsi l’ occasione per guardarlo ancora una volta in viso e d’ improvviso mi ritrovai intento a sorridere. C’ era qualcosa nel volto di quell’ uomo, nei suoi occhi così dolci e così liberi, che ricordava al mio cuore il sapore del vento ed il canto del mare.
“Farò del mio meglio, my lord. La volontà non manca, but Love doesn’ t know me yet”.
Muovendo il rasoio in maniera rapida e decisa, conclusi l’ opera e liberai il mio cliente dall’ asciugamano bianco che proteggeva i suoi abiti dagli eventuali schizzi di schiuma.
“Ottimo lavoro, ragazzo. Ti sei meritato cinque buoni pennies”. Carter mi rivolse uno sguardo amichevole e cortese, come se non fossi stato un semplice barbiere, ma un gentleman come lui.
“My lord… E’ troppo… Io…”.
“Tu, –Carter passò all’ informalità, sottolineando la sua ferma intenzione di considerarmi un amico- tu sei un bravo ragazzo. E sei un bravo barbiere. Un giorno diventerai qualcuno, fidati di me. E poi, a gold piece saved is a gold piece earned... - L’ uomo chiuse la mia mano sulle cinque monetine, sorridendomi- Fanne buon uso”.
Quando le campane di St. Dunstan annunciarono le cinque del pomeriggio fu come vedere il tempo fermarsi. D’ un tratto non esistevano più i rumori, né i colori, né i profumi. Suoni ovattati bussavano alle pareti di cristallo della sfera di silenzio che mi aveva avvolto mentre percorrevo Fleet Street. Vidi un bambino piangere per strada ed un uomo litigare con un contadino. Scorsi due occhi brillanti di fuoco spiarmi da un vicolo non molto lontano. Scansai le mele che rotolavano sulla strada, cadute dal banchetto di un povero ortolano. Pareva che i secondi avessero interrotto la loro corsa, finchè dalla clessidra non cadde un ultimo granello di sabbia.
Suoni, violini, risate, profumi, grigio, pareti, bicchieri, voci, Lucy.
La vita aveva ripreso il suo ritmo frenetico, ed io mi trovavo di fronte all’ imponente abitazione dei Wheatley, dove la donna che amavo –quell’ angelo del Paradiso che non conosceva il mio volto- festeggiava i suoi diciassette anni. Diedi una rapida occhiata ai miei umili abiti e li confrontai con quelli sgargianti e puliti di un gentleman che aveva appena varcato la soglia della grande casa. Imbarazzato e disilluso –come avevo potuto anche solo immaginare di poter partecipare di quel mondo di cristalli e damasco?- , mi nascosi dietro alla siepe, cercando di sbirciare dalle finestre senza dare nell’ occhio.
“Benjamin?”, domandò una voce incuriosita alle mie spalle. Trasalii, e mi voltai.
“Mr. Carter!”, esclamai, sentendomi avvampare in viso.
L’ uomo mi osservò a lungo in silenzio, corrugando la fronte ed indugiando con lo sguardo sul tulipano rosso che stringevo in mano.
“Benjamin, fatti dare un consiglio –il signor Carter si guardò intorno e, quando fu certo di non essere visto da nessuno, posò la mano sulla mia spalla- Torna a casa. Ed a mezzanotte fatti trovare ai Temple Gardens”.
“Caspar David Friedrich. Cloister Graveyard in the snow. 1810”.
Lessi la targetta lentamente, con difficoltà, stringendo gli occhi per riuscire a comprendere le lettere, poi tornai a rivolgere la mia attenzione al quadro. Qualcosa in quel grigio ed in quella fredda neve mi spaventava ed allo stesso tempo mi attraeva. Mi ritrovai a riflettere sulla mia esistenza, sulla fragile vita di ciascun uomo, ed avvolto dall’ oscurità del lungo corridoio, mi parve di perdermi in un baratro di ombre. Brividi ignoti percorsero la mia schiena mentre i miei occhi indugiavano sui rami scheletrici degli alberi dipinti, finchè, ad un tratto, non avvertii le dita fredde della Morte accarezzarmi il collo. Rimasi immobile a fissare la silenziosa processione dei monaci, cercando disperatamente un volto amico, qualcuno che potesse salvarmi, ma incontrai solamente la ruvida pietra delle lapidi.
“Spare my life...”, sussurrai con un filo di voce, mentre le gelide dita si stringevano intorno al mio cuore. Il terrore invase la mia anima, e gli occhi si chiusero in attesa della fine. Ma la Morte capovolse la clessidra. E se ne andò.
Sobbalzai d’ improvviso e spalancai gli occhi. Il mio cuore scandiva il ritmo della paura, lanciando i suoi battiti all’ inseguimento di ogni affannoso respiro. Ed il sudore, il freddo sudore, bagnava la pelle della mia fronte. Mi guardai intorno, smarrito, e quando le pupille si furono abituate alla luce del mattino, riconobbi il mio letto, la mia sedia, le pareti della mia stanza.
“Nightmares! -esclamai ridendo, portandomi una mano sul viso e coprendomi gli occhi- Well, posso ritornare a dormire…”.
Mi voltai su un fianco e, sbadigliando, mi coprii nuovamente, attendendo il dolce abbraccio del sonno. Ma il Destino stava architettando ben altro per me.
“Mr. Barker? –chiamò una voce femminile- Mr. Barker, siete in casa?”.
Infastidito, non aprii neanche gli occhi, ma nascosi la testa sotto al cuscino ed ignorai il richiamo. La donna, allora, cominciò a bussare alla porta.
“Va bene, va bene…”, mormorai alzandomi di scatto dal letto. Non mi preoccupai di indossare qualcosa sopra alla biancheria, tanto avevo intenzione di liquidare in fretta la faccenda. Sbadigliai e mi avvicinai alla porta di casa, che aprii con un gesto deciso.
“What’ s up?”, domandai secco, guardando la giovane ragazza che mi aveva a lungo chiamato.
“Mr. Barker, mia mad... Oh!”.
La fanciulla spalancò gli occhi nel vedermi e, arrossendo, rivolse lo sguardo a terra. Senza capire il motivo di tanto imbarazzo, sospirai e, guardandola con gli occhi ancora annebbiati dal sonno, chiesi di nuovo:
“Si può sapere che cosa c’ è?”.
La ragazza incrociò le braccia al petto e scosse appena la testa, lasciando ricadere i riccioli castani sulle giovani e candide spalle.
“Mio padre sta male. Mia madre mi ha mandato a chiamarvi. Siete un chirurgo, no?”.
Il tono della donna era deciso, e rivelava un carattere forte e sicuro. La guardai più attentamente, incuriosito. Doveva essere poco più giovane di me, e sicuramente non era ricca. Indossava un abito scuro, col corpetto un po’ troppo stretto per il suo giovane petto e con la gonna un po’ troppo larga per il suo corpo minuto. I riccioli castani le incorniciavano delicatamente il pallido viso su cui brillavano due occhi nocciola. Decisamente, era una fanciulla attraente.
“I’ ll see what I can do...”, le risposi, rivolgendole questa volta un sorriso più cortese. Dopodichè chiusi la porta ed andai a vestirmi.
Quando tornai da lei, la trovai intenta ad osservare le scale che conducevano al mio negozio.
“Sono pronto…”, annunciai, chiudendomi la porta alle spalle.
La ragazza mi guardò divertita e mi si avvicinò.
“Avete della schiuma da barba vicino all’ orecchio, Mr. Barker…Mr. barber…”, disse indicandomi il punto che mi era sfuggito. Arrossii e mi pulii con una mano, dopodichè lasciai che la fanciulla mi facesse strada lungo la parallela a Fleet Street.
“Here we are at last”. La giovane mi indicò la piccola casa dove abitava. La osservai brevemente, senza che qualcosa degno di nota mi colpisse, ed entrai nell’ atrio che –lo capii subito- serviva anche da sala da pranzo.
“Margery? Margery, dov’ è il dottore?”, squittì una donna, venendoci incontro.
“Lui non è un dottore, mamma. E’ un barbiere…”, rispose la ragazza, infastidita, con un lieve tono ironico nella voce.
“Oh! Dottore! Venite subito di là! Mio marito… Venite! Venite!”.
La donna mi strattonò per un braccio e mi condusse verso la sua camera da letto: una stanza piccola, ma molto luminosa, con al centro un letto piuttosto grande, sopra cui giaceva un uomo magro, dai capelli castani.
“Dottore! Fate qualcosa! Sono ore che è così!”, supplicò la donna, unendo le mani in segno di preghiera, guardandomi totalmente smarrita. Quello sguardo mi fece pena. Mi avvicinai all’ uomo e lo guardai dall’ alto: era cianotico. Doveva essersi soffocato con qualcosa. Gli premetti due dita sul collo e chiamai la moglie.
“Mrs…?”.
“Smith! Oh, dottore! Come sta? Ditemelo! Come sta?”.
“Mrs. Smith, vostro marito…has passed away...”.
“No! No, non è vero! Siete un bugiardo! Siete un bugiardo!”.
La donna urlò e si gettò sul corpo del marito. Lo strinse a sé, lo chiamò, bagnò il viso del cadavere con le sue lacrime. Ma l’ uomo non riaprì gli occhi.
Dispiaciuto, feci le mie condoglianze alla signora Smith e mi voltai verso la ragazza, che per tutto il tempo era rimasta in silenzio in un angolo. Non dimenticai mai ciò che vidi.
Margery non aveva versato lacrime. Sul suo viso non c’ erano segni di dolore, né di gioia. Impassibile, pareva fredda come una statua di marmo. Ma i suoi occhi ardevano. E mi guardavano.
Non c’ è altro che grigio in una vita che ha perso la sua ragion d’ essere. La nebbia non si accontenta più di avvolgere ogni singolo aspetto della realtà e si insinua nell’ anima, velando il cuore come seta, seta traboccante rancore. Il mondo intero perde la sua attrattiva e d’ improvviso rivela la sua aridità, mascherata da parrucche, cipria ed ipocrisia. I camini creano ogni giorno nuove nuvole, nuvole di fumo che continueranno a risucchiare i colori, l’ essenza pulsante e vivida di una vita degna d’ essere vissuta. E non resterà altro che il grigio ad imbrattare le pareti di un cielo che per i miei occhi ha smesso di esistere. Non resterà altro che il grigio sui mattoni. Ed il rosso. Il rosso del sangue.
***
Avevo scelto un rosso squillante per dipingere sul vetro della finestra che affiancava la porta d’ ingresso del mio negozio quella che sarebbe stata la mia insegna e promessa ai clienti:
“Easy shaving for a penny,
As good as you will find any”.
Non erano parole mie –le avevo prese in prestito da un giovane avvocato- ma la cosa non mi tangeva molto. In fondo, il mio talento era radere la gente, non comporre versi.
Mi allontanai di qualche passo dalla finestra e, appoggiatomi con la schiena al corrimano di legno delle scale, guardai la mia opera conclusa. Sorrisi constatando la precisione con cui ero riuscito a scrivere e la fine corrispondenza tra il vivido rosso delle lettere e quello morbido ed invitante che si intrecciava al bianco nel paletto che avevo posto al fianco della porta. Il pole simboleggiava il mio mestiere di barbiere e chirurgo e, con suoi colori –rosso per il sangue, bianco per le garze-, doveva comunicarlo istantaneamente alla mente dei passanti.
Mi ritenni soddisfatto: finalmente il mio negozio aveva acquistato la sua dignità ed il penny che richiedevo per i miei servigi era senza dubbio un prezzo di tutto rispetto. Senza pensare, riposi con un movimento deciso il pennello nel barattolo di pittura, e quella –avrei dovuto aspettarmelo- schizzò ovunque, imbrattandomi la camicia.
“Damn!”, esclamai, sobbalzando, cercando di limitare i danni. Corsi giù per le scale e feci per entrare in casa quando…
“Wheatley, dove ve ne andate così di buon ora?”, domandò una voce.
Spalancai gli occhi.
Wheatley.
Trattenendo il fiato, mi voltai per assistere in silenzio alla scena.
“Oh, Carter! Stavo giusto andando a cercarvi al Temple-bar!”. Wheatley si tolse il cilindro in segno di saluto e strinse la mano che l’ amico gli stava porgendo.
“Sì? –Carter sorrise- What lucky chance brings you to me?”.
“Avevo intenzione di invitarvi ad un bacchetto, domani sera, in onore dei diciassette anni di mia figlia”.
“La vostra Lucy? Ah, rare gem! Come la signora moglie, d’ altronde”, Carter ammiccò, ma Wheatley non parve gradire i complimenti dell’ amico rivolti alla sua consorte. Si limitò ad una smorfietta ed attese una migliore risposta. Carter, dunque, si affrettò:
“Verrò sicuramente, insieme a mia moglie e mio figlio. Vorrei presentarlo alla vostra graziosa signorina”.
“Vi aspetteremo per le cinque del pomeriggio, dunque”.
“I look forward to it”.
Il barattolo di pittura mi cadde dalle mani, rovesciando tutto il suo contenuto sulle pietre della strada e richiamando l’ attenzione dei due gentlemen su di me.
“For God’ s sake! –esclamò irato Wheatley, scansando per un pelo la lattina- State più attento, maledizione!”.
“Calmatevi, amico mio, calmatevi! Non è successo nulla, vedete?”, Carter posò una mano sulla spalla dell’ uomo, invitandolo a rilassarsi, poi si avvicinò a me e, vedendo il mio volto pallido e spaventato, mi rivolse un sorriso.
“Spero che non maneggiate i rasoi come quel barattolo di pittura, Mr…?”.
“B-Barker…Benjamin Barker, my lord”.
“Barker. –Carter sorrise nuovamente. Era un bell’ uomo, dagli occhi vivaci e verdi come le scogliere irlandesi- Tenete, amico. Compratevi una camicia nuova…”.
Guardai le monete che aveva lasciato scivolare sul palmo della mia mano e spalancai gli occhi.
“Oh, no, my lord... Io...io non posso accettare…”, borbottai, imbarazzato.
“Suvvia, Barker, non siate sciocco! –L’ uomo tornò al fianco dell’ amico, dopodichè sia lui che Wheatley mi diedero le spalle e presero a camminare- Domani mi aspetto la vostra migliore rasatura. Alle dieci in punto”.
Stupito ed imbarazzato, li guardai allontanarsi fino a che non divennero due puntini indistinguibili all’ orizzonte. Allora scossi la testa, incredulo, e feci risuonare le monetine dentro alla tasca dei pantaloni. Sorrisi, d’ un tratto, e rivolsi un inchino al nulla, poi mi mossi in direzione del mercato. Fu allora che notai un ragazzino, seduto di fronte al portone di St. Dunstan, che, ricoperto di stracci, allungava la mano ad ogni passante, nella speranza di ricevere l’ elemosina. Mi avvicinai e lo guardai un poco.
“Tieni –dissi alla fine, lanciando due penny ai piedi dello straccione- Tu ne hai più bisogno di me”.
“Quella? Ah, levatela dalla testa, amico mio!”.
Mi voltai verso l’ uomo seduto al mio fianco. Era alto e pareva piuttosto magro. Il suo viso, affilato e scarno, era reso luminoso da due occhi argentati, dello stesso colore dei buffi baffetti che di tanto in tanto si sistemava, frizionandoli tra due dita. Nonostante gli abiti nuovi e l’ atteggiamento da signore, qualcosa nelle sue mani, consumate e bianche per il lavoro, lasciava intendere che non fosse nobile. Doveva essere un commerciante. Decidedly warm.
“Dite a me?”, domandai dopo qualche attimo di silenzio, posando la punta delle dita in mezzo al petto, indicandomi.
“A te, certo! A chi, altrimenti?”, rispose quello sbuffando, spazientito. Il prete ci rivolse una breve occhiataccia, ammonendoci, poi tornò al suo sermone, descrivendo al suo pubblico di fedeli le fiamme dell’ Inferno da cui sarebbero stati tormentati tutti i peccatori che non avessero caritatevolmente lasciato una monetina nella cassetta all’ entrata di St. Dunstan. Chinai il capo, fingendomi devoto, ed attesi qualche attimo prima di tornare al mio interlocutore.
“A chi vi riferite, my lord?”, chiesi in un veloce sussurro, inginocchiandomi sulla panca ed unendo le mani in un gesto di preghiera.
“Alla figlia dei Wheatley, dense! Credi davvero che non si noti come la stai guardando? La fissi da ore!”.
Arrossii leggermente e feci scattare ancora una volta i miei occhi in direzione della splendida young lady dai capelli biondi che aveva graziosamente tormentato i miei pensieri per giorni interi.
“Conoscete il suo nome?”. Cercai di velare il più possibile l’ emozione abbassando il tono della voce.
“Ma dove vivi, amico mio?! Quella è Lucy Wheatley! Possiede più sterline la sua sola famiglia di tutti noi messi insieme!”. L’ uomo mosse la mano in un movimento circolare, come a voler comprendere in un cerchio immaginario tutte le persone che in quel momento stavano assistendo alla Messa. Vagamente divertito, emise un colpetto di tosse e fece una smorfia con le labbra, poi riprese a lisciarsi i baffetti. Dopo qualche attimo si voltò verso di me ma, preso alla sprovvista, sobbalzò nel vedermi varcare il portone della chiesa.
Una volta fuori, chiusi gli occhi e respirai a fondo l' aria fresca del mattino.
“Lucy –sussurrai a me stesso, nella più totale estasi- Lucy… Questo è il suo nome! Lucy…”.
Risi di cuore, felice come solo i bambini sanno essere, quando una giovinezza di dolci illusioni li culla da un giorno all’ altro, infondendo nel loro animo la fede, la gioia, la speranza. Risi e raggiunsi in un attimo la mia casa, quella casa che mio padre e mia madre –may they rest in peace- avevano comprato con il sudore delle loro fronti, desiderando per me il migliore avvenire. Ed era finalmente giunto il momento di ricambiare i loro sforzi, di mostrare al mondo il vero valore di Benjamin Barker. Avrei lavorato sodo, mi dissi, ed avrei guadagnato tante sterline quante le stelle che vedevo splendere in cielo. Ed un giorno, un giorno non molto remoto, Lucy Wheatley sarebbe stata mia moglie.
Passai lentamente la schiuma sul viso del signor Miller. Con un unico movimento delicato, trascinai il pennello lungo il ramo destro della mandibola del mio cliente. Mi fermai per un attimo e guardai soddisfatto la precisione della mia tecnica. Dopodichè ripresi l' operazione in tutta calma, inclinando e distendendo il polso a ritmo col mio respiro.
Era una tiepida e soleggiata mattina di Maggio, la prima dopo settimane di ininterrotta pioggia. Il cielo splendeva del colore dei fiordalisi, producendo un contrasto squillante con i plumbei camini spenti. E grigie erano le facciate delle case, animate unicamente da qualche sporadica tendina rosso pastello.
I due giganti di St. Dunstan fecero risuonare fastidiosamente le campane, richiamando i fedeli alla Messa.
"Devo sbrigarmi", pensai, e rivolsi un' occhiata fugace al campanile della chiesa.
"Siamo in orario, Mr. Barker?", domandò con fare annoiato il mio cliente, tamburellando le dita sul bracciolo della grande sedia su cui era seduto.
"Puntualissimi, my lord", risposi prontamente. Mi umettai le labbra e, corrugando la fronte, mi dedicai con attenzione alla rasatura, fondendo il polso, la mano ed il rasoio in quella danza precisa, veloce e decisa che mi avrebbe reso famoso in tutta Fleet Street.
"Ecco fatto, my lord! -annunciai dopo pochi minuti, liberando il signor Miller dall' asciugamano bianco- Spero che siate soddisfatto". L' uomo si passò le dita tozze sul mento e sulle guance, poi si alzò dalla sedia e mi sorrise: "Ottimo lavoro, Mr. Barker".
Mi inchinai leggermente, in attesa di essere pagato, e quando ricevetti tre pennies -più di quanto mi fossi mai aspettato-, li strinsi nella mano con fare possessivo e rivolsi un caloroso sorriso di gratitudine al mio generoso cliente.
"May God bless you", dissi con gentilezza, scendendo insieme al signor Miller le scale che dal mio negozio portavano al piano inferiore, in cui vivevo. L' uomo mi salutò con un cenno della testa ed avanzò a grandi passi verso la chiesa, sfoggiando una perfetta rasatura. Rimasi a guardarlo per qualche secondo, divertito dalle arie che si dava. Poi, quasi risvegliandomi da un sogno, entrai in casa, indossai una giacca pulita, e mi diressi verso St. Dunstan per assistere alla Santa Messa.
"In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti", stava pronunciando il prete nel momento in cui presi posto in una delle panche.
Mi feci il segno della Croce e risposi un automatico: "Amen", mentre i miei occhi vagavano senza pace tra i volti dei fedeli raccolti in preghiera. In verità della funzione domenicale mi importava ben poco. Ciò che in realtà non mi sarei perso per nulla al mondo erano dei fluenti capelli biondi, più luminosi del sole stesso, ed occhi dello stesso colore del cielo, dello stesso colore dei fiordalisi. E quando li trovai, fu come accedere al Paradiso. Lei era lì, vestita di bianco, in piedi nella seconda fila. Era lì, in mezzo ai suoi genitori, brillante di una luce angelica che le illuminava il viso. La sua sola figura emanava una tranquillità senza pari, una dolcezza sublime al punto da rapirmi il cuore nella più totale follia.
Non conoscevo il suo nome, e l' amavo.